70 is the new 80

Non si parla di anni, ma di gradi centigradi e con un bel segno meno davanti: si va ben al di sotto dello zero. Sono temperature molto rigide e le troviamo nientemeno che dentro ai freezer dei laboratori di ricerca e delle strutture che lavorano con sostanze biologiche, che necessitano di un regime di conservazione piuttosto severo. I “meno-ottanta” sono una delle tante strumentazioni energivore ma necessarie che tutti i ricercatori conoscono bene. Se il consumo di un combinato “frigorifero + freezer” casalingo consuma all’incirca 200 kWh in un anno, ben diverso è il discorso per quelli che troviamo in laboratorio: si parla di almeno di circa 8,5 kWh, ma al giorno. Questo vuol dire che in un anno il consumo energetico diventa spaventoso. La fortuna – o sfortuna? – è che i ricercatori di solito non hanno a che fare direttamente con le bollette, ma sono costi che incidono sia sul portafoglio che sull’ambiente. La necessità di una fornitura energetica così consistente comporta, come conseguenza, emissioni di biossido di carbonio, anche se non le vediamo e spesso facciamo fatica a crederci. Però ci sono e pesano anche loro sulla pila di cause del riscaldamento globale.

Può sembrare una finezza, ma credo sia capitato a tutti, soprattutto in questo periodo dove le bollette di luce e gas sono schizzate alle stelle, di chiedersi su quali elettrodomestici o oggetti casalinghi che richiedono energia sia possibile lavorare, giusto?

Bene, visto che anche ricercatori e ricercatrici sono persone, si sono fatti la stessa domanda e fra le tante cose su cui potevano mettere le mani, sono partiti giustamente dal freezer.

-70 is the new -80 è un motto bellissimo scelto per identificare un vero e proprio movimento con uno scopo molto semplice: alzare di 10 gradi centigradi la temperatura dei freezer. Passare da -80°C a -70°C ha due vantaggi principali: può ridurre il consumo di energia del 30-40% e, così facendo, può prolungare la vita del congelatore. Ciò significa meno tempi di inattività e meno possibilità che i campioni vengano compromessi.

Ma al di là delle buon intenzioni: è possibile farlo? E i campioni, non si degradano? A quanto pare… si – può – fare!!

Ecco alcuni dati:

  • gli acidi nucleici possono essere conservati in sicurezza da -20°C a -70°C, a seconda di quanto tempo devono essere conservati;
  • la maggior parte delle proteine ​​può essere conservata in sicurezza a -70°C;
  • batteri e virus sono generalmente sicuri a -70°C

Ci sono diverse pubblicazioni che testimoniano come questo sia fattibile e permettono di capire il margine di sicurezza per portare avanti un’azione del genere.

Questo aspetto del “cold store management” è stato preso così sul serio che è nata da qualche anno una challenge internazionale – la Freezer Challenge, appunto – che ha l’obiettivo di migliorare l’efficienza dei processi di conservazione a basse temperature. 195 paesi, con milioni di laboratori di ricerca hanno partecipato, portando ad un risparmio di 14.2 milioni di kWh dal 2017. Per capirci, è sufficiente per compensare le emissioni di carbonio associate alla guida di oltre 25 milioni di miglia in auto.

Organizzata da The International Institute for Sustainable Laboratories (I2SL) e My Green Lab, questa sfida è proprio il tipo di iniziativa che catalizza l’attenzione su aspetti cui probabilmente poche persone avrebbero voglia e tempo di pensare. Ma si sa, una gara è sempre una buona soluzione per rendere le cose più interessanti, no?

La challenge si svolge in un periodo di sei mesi, in cui i laboratori ricevono punti per intraprendere azioni sostenibili relative alle loro unità di conservazione, comprese azioni che promuovono l’efficienza energetica, l’accessibilità del campione e l’integrità del campione.

​Chi vince? I laboratori e organizzazioni di ricerca che hanno fatto di più per risparmiare energia e migliorare la conservazione dei campioni, considerando sia il numero di punti guadagnati che la quantità di energia risparmiata.

Scopri i vincitori del 2021

Questa ovviamente non è la sola azione che si può mettere in atto per rendere il proprio laboratorio più “green”. Ci sono iniziative, soprattutto in territorio americano, che mirano proprio a creare coinvolgimento di chi fa ricerca in un movimento culturale che permetta di acquisire consapevolezza dell’impatto ambientale che la propria ricerca ha, soprattutto nell’ambito della salute. Vedete che si torna sempre lì? 🙂 Le piccole azioni, messe insieme, hanno un potere enorme e queste sfide ce lo dimostrano.

Nel prossimo articolo parleremo dei programmi esistenti e di cosa significa essere ambassador per la sostenibilità di un laboratorio, ma se nel frattempo ti è venuta voglia di partecipare con il tuo laboratorio di ricerca ecco le istruzioni per il prossimo anno: si parte a gennaio!