Cambiare angolazione

#POV: La realtà non è cambiata, hai solo smesso di guardarla sempre allo stesso modo

Potrei raccontarti di quella volta in cui, nell’intento di trovare un rimedio per l’angina pectoris, il dolore al petto dovuto alla scarsa ossigenazione del muscolo cardiaco, si è scoperto uno dei farmaci che hanno portato ad un fatturato stellare e, soprattutto, soluzioni a chi soffre di disfunzione erettile (sì, stiamo parlando del Viagra, di cui ho scritto anche in “Salute a tutti i costi”). Oppure di quando dal “rusco” (termine tecnico bolognese, scientificamente valido) Giuseppe Brotzu, uno scienziato cagliaritano, ricavò la cefalosporina, una molecola che sarebbe diventata fondamentale come antibiotico.

Andresti mai a cercare un antibiotico tra liquami e funghi? Non credo. Adesso forse sì, perché qualcuno prima di te lo ha fatto e ora sappiamo che è possibile, ma è servito il suo punto di osservazione per aprire questa strada e questa possibilità.

A questo proposito, qualche giorno fa ho visto questo disegno e mi ha fatto pensare a come questa semplice frase si applichi ad ogni ambito della nostra vita.

Le cose non cambiano: siamo noi a farlo e a vedere, di conseguenza, qualcosa di diverso o qualcosa in più.

L’immagine è stata creata da Sara De Santis, in arte e sui social The Suntis (Link)

Cosa succede quando guardiamo le cose sempre dallo stesso punto di vista? Come se fossimo incastrati in una posizione precisa, come una di quelle poltroncine di treno che non si possono girare? Da lì osserviamo il paesaggio, le persone, i problemi e ci illudiamo di aver visto tutto. E invece, abbiamo solo visto da lì.

Non è che sia sbagliato, anzi: avere un punto di vista è inevitabile. È umano, comodo, persino. Ma qui entra in gioco una parolina magica: angolazione. Cambiare anche solo di pochi gradi lo sguardo può trasformare quello che vediamo.

Vedere con occhi nuovi, senza doverli cambiare

Cambiare prospettiva non vuol dire scappare, né rinnegare quello che si è sempre pensato. Non è un voltafaccia, ma un piccolo scarto, un aggiustamento. Come quando inclini leggermente il telefono per vedere meglio lo schermo sotto la luce del sole. È ancora lo stesso schermo, ma all’improvviso lo leggi.

Siamo talmente abituati a certi schemi mentali da non renderci conto che li stiamo usando. E se c’è una cosa che i bias cognitivi sanno fare bene, è questo: rendersi invisibili mentre ci fanno da guida turistica nella testa. Ci indicano la strada, ci salvano la vita, filtrano l’informazione, decidono per noi cosa è rilevante e cosa no. Fanno il loro lavoro, ma lo fanno in automatico, e non sempre bene.

Cambiare angolazione è il modo più semplice e più potente per mettere in discussione questi automatismi. Non serve distruggere tutto. Basta fermarsi un attimo e chiedersi: “E se la vedessi al contrario?” “E se quel comportamento che giudico strano avesse una logica che non sto considerando?” “E se il problema non fosse il problema, ma il modo in cui lo sto incorniciando?”

L’oggetto resta lo stesso, ma cambia il disegno

Immagina una figura geometrica vista dall’alto: un cerchio. Ma se inclini il piano d’osservazione, scopri che è un cilindro, oppure un cono. O magari un tubo. Da sopra sembrava una cosa perfettamente tonda e rassicurante: solo guardandola da un’altra angolazione capisci che quella figura aveva una profondità che non avevi considerato.

Nel pensiero, succede la stessa cosa. Ci affezioniamo alla forma che vediamo per prima, la assumiamo come verità, e ci costruiamo intorno tutte le nostre interpretazioni. Il problema è che la realtà, quasi sempre, è tridimensionale. E i nostri giudizi, spesso, sono bidimensionali.

Cambiare angolazione significa dare maggiore profondità a ciò che sembrava piatto.

Una delle cose più interessanti del cambio di angolazione è che non ti impone di sposare una nuova idea: ti chiede solo di considerarla. È un esercizio di apertura mentale, non di conversione. Non si tratta di passare dal bianco al nero, ma di iniziare a distinguere i grigi o tutte quelle sfumature che prima non avevi notato.

In questo senso, cambiare prospettiva è un atto liberatorio. Ti emancipa dalla rigidità del pensiero binario, dalla gabbia del “giusto o sbagliato”, e ti invita a esplorare lo spazio intermedio. Quello dove, spesso, stanno le sfumature più interessanti. È anche un modo per rieducare l’intuito, quella capacità di connettere elementi in modi nuovi. Ma per farlo, serve prima vederli, questi elementi. E se continuiamo a guardarli sempre allo stesso modo, non ci sarà mai nulla di nuovo da collegare.

Scrittura e scienza: due modi per esplorare angolazioni

Scrittura e scienza, in questo senso, sono due mestieri simili. Entrambi cercano di dare forma al mondo. Entrambi, se fatti bene, implicano un esercizio continuo di cambio prospettico. Scrivere vuol dire trovare le parole giuste, ma anche come guardare la cosa che vuoi raccontare.

Non è un caso che molte tecniche narrative ruotino attorno al punto di vista, ai modi per cambiare dove ci mettiamo, non cosa raccontiamo.

Allo stesso modo, nel pensiero critico, che è la spina dorsale della scienza, ma anche della scrittura saggistica, lo sguardo è fondamentale. L’ipotesi di partenza non è solo un contenuto da verificare, ma una prospettiva da esplorare. E ogni dato che raccogliamo prende senso solo nel contesto dell’angolazione da cui lo abbiamo osservato. A volte, un cambio di angolazione serve non tanto a svelare qualcosa di nuovo, ma a rivelare che quello che credevamo “oggettivo” era, in realtà, una prospettiva come un’altra. E questa consapevolezza, da sola, è già un passo avanti.

Certo che ci sono punti fermi e dati consolidati, ma l’invito e a non dare per scontato che sia già stato detto ed esplorato tutto. Ce lo dimostra l’ottica di genere applicata alla medicina, che ha aperto uno squarcio laddove si pensava di non poter capire altro sulla complicata fisiologia del nostro corpo. Non solo oggi sappiamo di non sapere, ma ci mangiamo le dita per non esserci arrivati prima. Eppure “bastava” cambiare prospettiva. Facile, no?

“Ma io sono oggettivo!”

Dai, lo facciamo tutti e in continuazione: pensare che ci sia uno sguardo “giusto” e uno “sbagliato”. Che l’obiettività sia uno stato puro, asettico, impermeabile. Ma ogni punto di vista, per quanto onesto e informato, è un punto. Non può coprire l’intero panorama. Può solo illuminarne una parte. E questo non è un limite: è una condizione di realtà.

Essere consapevoli dei propri limiti visivi, mentali, culturali, cognitivi non ci rende deboli. Ci rende curiosi e, paradossalmente, più vicini alla verità. Ci spinge a cercare altri sguardi, a dialogare, a uscire dal nostro perimetro. È qui che il cambiamento di angolazione si fa politico, sociale, umano. Perché diventa anche il riconoscimento del fatto che gli altri vedono cose che noi non vediamo. E che le vedono non perché siano più bravi, ma perché stanno in un altro punto.

POV: io che scopro che la scienza fa la stessa cosa di TikTok

Negli ultimi anni il POV è ovunque. Nei video, nei meme, nei reel, perfino nelle pubblicità del dentifricio. Se esiste un contenuto, esiste anche il suo POV:
POV: sei il mio neurone alle 8 del mattino
POV: sei il libro che compro e non leggerò mai
POV: sei la provetta che sta per essere dimenticata e cambierà la storia della medicina

E mentre scorriamo distrattamente l’ennesimo video con #POV in sovrimpressione, succede una cosa interessante: ci abituiamo, quasi senza accorgercene, a cambiare sguardo. A metterci, anche solo per pochi secondi, nei panni di qualcos’altro. È un gioco, certo. Ma è anche un esercizio potentissimo di immaginazione laterale.

Se ci pensi, questo è esattamente ciò che fa anche la scienza quando funziona bene: si mette nei panni dell’atomo, del sistema immunitario, del paziente, della cellula tumorale, dell’ambiente.

Si chiede: “Cosa succede se lo guardo da dentro?” oppure “E se questo processo avesse una logica che non è quella che sto usando?”

E allora ben venga il POV. Se ci allena, anche solo per scherzo, a considerare altri sguardi, altri vissuti, altre verità, allora non è solo un trend. È una palestra mentale. Ed è anche un modo, tutto sommato pop, per ricordarci che la verità non è mai un’inquadratura fissa. È sempre un montaggio.

Allenare lo sguardo laterale

Non sempre è facile. Il pensiero laterale non è una funzione predefinita, ma un muscolo. E come tutti i muscoli, ha bisogno di esercizio. Alcuni piccoli allenamenti quotidiani possono aiutare:

  • Chiedersi: “Cosa sto dando per scontato?”

  • Provare a riformulare un problema usando parole diverse.

  • Raccontare una storia dalla prospettiva opposta (del “nemico”, dell’oggetto, di un testimone silenzioso).

  • Leggere autori che non ci somigliano. Non per aderire a ciò che dicono, ma per capire da dove guardano.

Non serve fare acrobazie mentali. A volte basta un mezzo passo di lato.

Non si tratta di vedere tutto. Ma di vedere meglio e di più.

Cambiare angolazione non è una formula magica per risolvere i problemi.

Non è una bacchetta che trasforma un nodo in un fiocco. E’ uno strumento formidabile per riconfigurare le domande, ridare senso a ciò che sembrava inerte, trovare spiragli dove prima c’erano muri.

E anche se non porta sempre alla risposta, spesso ci porta più vicino. O ci porta altrove. Che, a volte, è ancora più interessante.

Un esercizio per cambiare angolazione (e impatto)

Proviamo a sporcarci le mani, metaforicamente. Ti propongo un esercizio che puoi fare in solitaria, ma funziona ancora meglio in gruppo. Richiede carta, penna, e una piccola sospensione del giudizio.

Scegli un oggetto, un’abitudine o un processo del tuo quotidiano: può essere la pausa caffè, l’uso delle email, un evento aziendale, una riunione di lavoro, il packaging di un prodotto, una campagna comunicativa. Qualunque cosa.

Poi, guarda quella cosa da tre angolazioni diverse:

  1. Lente della sostenibilità:
    Che impatto ha questa cosa sull’ambiente? È necessaria così com’è? Potrei ridurre, riusare, ripensare? Ma soprattutto: c’è qualcosa che do per scontato (es. “è sempre stato così”, “non si può fare altrimenti”) che potrei mettere in discussione?

  2. Lente dell’inclusione:
    Chi è escluso da questo processo o da questo messaggio? Chi non viene considerato, rappresentato, coinvolto? E se fossi una persona con una disabilità, con un altro background culturale, con un’altra lingua madre: come vivrei questa esperienza?

  3. Lente dell’immaginazione:
    Se potessi ridisegnare questa cosa da zero, con risorse illimitate e nessun vincolo, cosa cambierei? E cosa potrei già cambiare adesso, con quel che ho?

Scrivilo. Perché spesso solo scrivendo ci rendiamo conto della rigidità con cui pensiamo. E magari trovi l’inizio di una storia. O di un progetto. O di una soluzione più giusta e più leggera.

Buon lavoro <3