Qualche impressione da Expo Osaka 2025

C’è una cosa che mi ha colpito tantissimo durante la mia visita all’Expo 2025 di Osaka. Non è stato il design avveniristico dei padiglioni. Non è stata nemmeno l’architettura galleggiante dell’isola artificiale di Yumeshima (anche se… wow). No, quello che davvero mi ha fatto fermare e pensare è stato un filo rosso che legava molte delle iniziative presenti: il ruolo crescente delle donne nella scienza, nella tecnologia e nell’innovazione.
E non parlo dei soliti nomi che girano nei contesti high-tech occidentali. Sto parlando di donne scienziate, imprenditrici, ingegnere, ricercatrici che arrivano da paesi che solitamente non associamo subito a questi temi. Paesi dove, fino a poco tempo fa, solo parlare di parità di genere era un tabù. Eppure eccole lì, protagoniste. Con idee, soluzioni e storie che stanno davvero ridefinendo come immaginiamo il futuro.
Ma perché questo tema è così presente all’Expo? E perché, soprattutto, sta emergendo con forza proprio nei paesi in via di sviluppo?
Donne e innovazione: una questione di urgenza, non di simbolo
La risposta più semplice è: perché non c’è più tempo da perdere.
Oggi promuovere la parità di genere nel mondo della tecnologia e dell’innovazione non è più una questione “etica” o “simbolica”: è una questione di efficienza, di sostenibilità, di sopravvivenza per tutta la società. Se vogliamo davvero progettare una società del futuro che funzioni per tutti – come ci invita a fare il tema dell’Expo – dobbiamo necessariamente includere le donne nei processi decisionali, nei laboratori, nei centri di ricerca, nelle start-up. Punto.
Un dato su tutti: secondo la Banca Mondiale, se le donne partecipassero all’economia allo stesso livello degli uomini, il PIL globale potrebbe crescere di oltre 28 trilioni di dollari entro il 2025. Ventotto trilioni. È come scoprire un continente intero di potenziale non sfruttato.
Ma cosa sta succedendo nei paesi dove meno ce lo aspettiamo?
Qui arriva la parte più interessante, e anche più emozionante, a mio avviso.
Ad Expo non si vede tutto, ma paesi come Ruanda, Indonesia, Uzbekistan, Nigeria, Sri Lanka possono raccontare storie che in Occidente passerebbero quasi inosservate. E che invece hanno il potere di cambiare davvero il gioco.
Ti faccio qualche esempio concreto.
In Ruanda, grazie a partnership con aziende come Zipline, le donne non solo partecipano, ma spesso guidano i programmi di consegna di sangue e medicinali via droni nelle aree più remote. In Indonesia, è nata una rete di coding school informali nei villaggi rurali, completamente al femminile. Le studentesse imparano a programmare, costruire siti web, sviluppare app. Alcune di loro lavorano da remoto per aziende in Europa. E, sì, guadagnano più dei loro fratelli che lavorano in città. L’impatto? Economico, culturale, trasformativo.
E lo sappiamo, che l’innovazione non è solo software e intelligenza artificiale. In Uzbekistan, alcune cooperative agricole guidate da donne stanno usando sensori smart per monitorare l’umidità del suolo, riducendo l’uso dell’acqua fino al 30%. Agricoltura high-tech e sostenibile, guidata da donne: una rivoluzione silenziosa ma di grande impatto.
Perché proprio ora? E perché nei paesi in via di sviluppo?
Una spiegazione è questa: nei paesi in via di sviluppo, la mancanza di vecchie infrastrutture (e di vecchi pregiudizi istituzionalizzati) paradossalmente apre più spazio all’innovazione. Le barriere sono tante, ma dove mancano “i soliti meccanismi” è più facile riscrivere le regole da zero. E molte donne, che in passato erano escluse, ora possono proporsi non come “aggiunte”, ma come vere leader. Inoltre, il mondo della tecnologia è, per sua natura, orizzontale. Se hai un computer e una connessione, puoi contribuire. Non serve vivere a San Francisco o avere una laurea a Stanford. Serve solo essere messi nelle condizioni di partecipare.
Ecco perché iniziative locali, come bootcamp, micro-finanziamenti o mentorship, stanno avendo un impatto enorme.
Sostenibilità: non è solo green, è anche equità
Torniamo un attimo al tema dell’Expo: Designing Future Society for Our Lives. Che significa? Che non basta progettare una società del futuro: bisogna farlo per la vita, per le persone. E qui entra in gioco la sostenibilità, non solo in senso ambientale, ma anche sociale ed economico. Se metà della popolazione mondiale (le donne) non partecipa ai processi decisionali o innovativi, allora ogni soluzione sarà per definizione incompleta. E, diciamocelo, spesso inefficace.
Pensaci: chi meglio di una madre può progettare una app per la salute neonatale? Chi meglio di una giovane donna cresciuta in un villaggio può trovare soluzioni energetiche per contesti off-grid? Chi meglio di una ragazza nativa digitale può immaginare strumenti educativi per altre giovani? La diversità non è solo “bella da avere”. È una strategia intelligente.
Se vogliamo davvero un futuro sostenibile, servono tutte le menti
Expo 2025 non ci sta solo mostrando il futuro. Ce lo sta facendo toccare con mano. E ci dice una cosa chiarissima: le donne, in ogni angolo del mondo, sono già protagoniste di questo futuro. Non stanno aspettando che qualcuno dia loro spazio. Se lo stanno prendendo. E, in molti casi, lo stanno creando da zero.
Allora chiediamoci: stiamo dando abbastanza supporto a queste innovatrici? Stiamo ascoltando le loro idee? Le stiamo mettendo nella stanza dove si decide?
Se vogliamo davvero “design a future society for our lives”, non possiamo farlo senza metà del mondo. Anzi, non possiamo farlo senza la parte del mondo che, oggi, sta cambiando le regole del gioco con più coraggio.
Al prossimo racconto, che nei prossimi mesi potrebbe corrispondere anche ai prossimi viaggi e contesti diversi da esplorare in termini di innovazione e modi di farla. Non vedo l’ora!
