Ripensare la salute e i rischi
Ci sono due personaggi in questa storia, che chiameremo Anna e Marco.
Anna adora correre. Ogni sera, dopo il lavoro, indossa le sue scarpe da ginnastica, accende la sua playlist preferita e lascia che il ritmo del suo respiro si sincronizzi con i suoi passi. Questo è il suo momento di libertà, un’occasione per mettere in pausa le preoccupazioni quotidiane. Solo il dolore al ginocchio ha il potere di interrompere quella routine.
“All’inizio ho pensato fosse solo un affaticamento, ma il dolore non passava. Ogni passo sembrava più pesante. E così mi sono decisa a farmi vedere da un medico”. Quella visita, però, non è l’esperienza che Anna si aspetta. Il medico la liquida velocemente: “Dimagrisca e starà meglio”. Nessuna domanda sulla sua routine, nessun approfondimento sul dolore, solo un commento sulla bilancia.
Usciamo dalla vita di Anna, entriamo in quella di Marco che, invece, ha sempre amato il suo lavoro da operatore sociale. Lavora con adolescenti in situazioni difficili, offrendo supporto psicologico e pratico per aiutarli a costruire un futuro migliore. Negli ultimi mesi si sente esausto, svuotato. Dorme male, ha difficoltà a concentrarsi e la passione per il suo lavoro sembra sbiadire. Alla fine, un collega preoccupato lo convince a cercare aiuto.
Anche per Marco l’incontro con uno specialista non va come spera. Dopo una rapida diagnosi di “stress da lavoro correlato”, il consiglio è: “Forse dovrebbe cambiare lavoro, per il suo bene”. Nessun approfondimento sul perché si senta così, nessuna attenzione al contesto della sua vita.
Sia Anna che Marco rimangono con un senso di insoddisfazione. Perché le risposte che hanno ricevuto sembravano ignorare qualcosa di fondamentale: il loro vissuto. Per Anna, il dolore al ginocchio non è solo una questione fisica, ma il segnale di un corpo e di una mente sotto pressione, costantemente giudicati in una società che spesso non valorizza il contributo delle donne di colore. Per Marco, l’esaurimento mentale non è solo il risultato del carico di lavoro, ma anche della pressione di vivere come uomo gay dichiarato in una società che lo costringe a dimostrare costantemente il suo valore.
Salute: non solo dati, ma storie complesse
Le esperienze di Anna e Marco sono esempi di come la salute sia molto più che una somma di sintomi. Spesso, i problemi di salute vengono trattati come isolati, separati dal contesto sociale, culturale e personale in cui si manifestano, ma la realtà è che la salute è profondamente intrecciata con le esperienze di vita, le pressioni sociali, i pregiudizi e le strutture di potere.
Ed è qui che entra in gioco l’intersezionalità. Questo concetto, ancora una volta, ci aiuta a vedere come diverse dimensioni della nostra identità – come genere, etnia, classe sociale e orientamento sessuale – si intreccino, creando esperienze uniche di rischio e vulnerabilità. Anna non è solo una paziente con un dolore al ginocchio; è una donna afrodiscendente che vive in un mondo che spesso sottovaluta le sue esigenze. Marco non è solo un operatore sociale stanco; è un uomo gay che affronta quotidianamente discriminazioni sottili e aspettative sociali.
Intersezionalità: una nuova prospettiva sui rischi
Il burnout viene spesso trattato come un problema esclusivamente lavorativo, ma cosa succede se lo guardiamo attraverso la lente dell’intersezionalità? La stanchezza mentale di Marco, per esempio, non deriva solo dal lavoro, ma anche dalle pressioni di navigare in un mondo che non accetta pienamente la sua identità. Per Anna, invece, il suo dolore fisico non è solo il risultato di un’infiammazione, ma il riflesso di anni di aspettative sociali che la spingono a dare sempre il massimo, sia come professionista che come madre.
Entrambi ci mostrano che il rischio non è mai solo una questione individuale: è profondamente sociale.
Rischio: più di una semplice probabilità
Il rischio viene spesso trattato come una probabilità matematica: una percentuale di possibilità che qualcosa accada. Ma questa prospettiva ignora una verità fondamentale: il rischio è anche un’esperienza vissuta, modellata da norme sociali, strutture di potere e aspettative culturali.
Ecco perché dobbiamo cambiare prospettiva.
Una proposta rivoluzionaria: il “doing risk”
Le studiose Katarina Giritli Nygren e Anna Olofsson propongono un nuovo approccio: il “doing risk”. Invece di vedere il rischio come una categoria statica, suggeriscono di interpretarlo come qualcosa di dinamico, costruito e vissuto quotidianamente.
Questo significa analizzare come il contesto sociale, le esperienze personali e le norme culturali contribuiscano a creare e perpetuare i rischi. Per Anna, il “doing risk” ci invita a considerare come il suo ruolo di donna e madre in una società spesso discriminante influisca sulla sua salute. Per Marco, ci spinge a esaminare come le aspettative sociali sul suo orientamento sessuale e sulla sua carriera contribuiscano al suo esaurimento di energie.
Ripartire dalla comprensione
C’è un lieto fine: sia Anna che Marco hanno trovato professionisti che li hanno ascoltati davvero. Per Anna, questo ha significato una terapia che ha considerato il suo benessere complessivo, non solo il peso sulla bilancia. Per Marco, ha significato costruire uno spazio sicuro per se stesso, imparando a definire i propri limiti.
Tutto questo, per fortuna, solleva domande importanti su come affrontiamo la salute mentale e il rischio nelle nostre società. Ecco alcune riflessioni:
Andare oltre le diagnosi veloci, perché spesso ci si concentra su soluzioni immediate e standardizzate, ma soprattutto di natura fisica. Ma ogni persona è unica e le diagnosi dovrebbero tenere conto molto di più del contesto sociale e personale.
Riconoscere il peso dell’identità: genere, orientamento sessuale, etnia e classe sociale non sono solo etichette. Sono parte integrante di come viviamo e affrontiamo i rischi.
Costruire spazi di supporto inclusivi. Per persone come Marco, avere accesso a risorse e professionisti che comprendano le complessità delle loro esperienze può fare la differenza.
Educare alla complessità, una cosa che soprattutto le istituzioni e i professionisti devono essere formati per riconoscere e affrontare le sfide intersezionali.
Le loro storie ci insegnano che la salute e il rischio non possono essere ridotti a numeri o categorie. Sono intrecci complessi di esperienze, identità e contesti sociali. Se vogliamo davvero aiutare le persone dobbiamo adottare una prospettiva più ampia, che valorizzi le loro storie e riconosca le disuguaglianze che affrontano.
Perché dietro ogni diagnosi c’è una persona, e ogni persona merita di essere ascoltata, compresa e sostenuta.
Alcuni spunti per te
Ci sono due letture che posso consigliarti, che nonostante risalgano a qualche anno fa rimangono utili in questa riflessione:
Flynn, R. 2006. ‘ Health and risk.’ in Beyond the Risk Society. Critical Reflections on Risk and Human Security, edited by G. Mythen and S. Walklate. Berkshire: Open University Press.
Giritli Nygren, K. and Olofsson, A. (2014), Intersectional Approaches in Health-Risk Research: A Critical Review. Sociology Compass, 8: 1112-1126.
