Farmaci eco and social-friendly: perché anche le medicine hanno una coscienza

Immagina un mondo in cui i farmaci che assumiamo non solo ci curano, ma hanno anche un impatto minimo sull’ambiente e contribuiscono a una maggiore equità sociale. So che può sembrare un concetto futuristico, ma l’idea di progettare principi attivi farmaceutici più sostenibili sta diventando una realtà.

Era ora, vero? Concordo.

Per fare davvero la differenza, ora, dobbiamo fare un passo in più e considerare una dimensione più ampia pensando a come le diverse identità sociali e le disuguaglianze influenzano l’accesso ai farmaci e l’impatto ambientale delle pratiche farmaceutiche.

Il concetto di “sostenibilità integrata” abbraccia una visione più ampia che include l’equità sociale e la giustizia ambientale. In questo contesto, essere “eco-friendly” non significa solo ridurre l’impronta ecologica, ma anche assicurare che le pratiche sostenibili non aggravino le disuguaglianze esistenti e che promuovano il benessere di tutte le comunità, compresi i gruppi minoritari e vulnerabili. Questa espansione del concetto è influenzata da autori e teorici della giustizia ambientale, come Robert D. Bullard, noto per il suo lavoro sulla giustizia ambientale e l’impatto sproporzionato dell’inquinamento sulle comunità afroamericane e povere negli Stati Uniti. Bullard e altri teorici simili hanno sottolineato che una vera sostenibilità deve includere giustizia sociale, riconoscendo come le politiche ambientali possano influenzare diversamente varie popolazioni.

“Perché, i farmaci hanno un impatto sull’ambiente?!”

I farmaci sono una risorsa preziosa per la salute umana, ma anche una fonte di inquinamento. I residui finiscono nei sistemi idrici attraverso le fognature, accumulandosi nelle acque superficiali e sotterranee, e in alcuni casi, persino nelle risorse idriche destinate al consumo umano. Questo fenomeno rappresenta una crescente preoccupazione per gli ecosistemi e la salute pubblica, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito, dove le infrastrutture sanitarie e di depurazione delle acque sono spesso carenti o inesistenti. Le popolazioni vulnerabili in queste regioni sono esposte a un rischio maggiore, sia in termini di salute che di impatti ambientali, rafforzando le disuguaglianze sociali esistenti e aumentando le possibilità che si generino conflitti.

A partire da questa consapevolezza è nato il filone di valutazione dell’ecotossicità nella sperimentazione preclinica (che l’EMA ha inserito nel 2006), ma anche la progettazione di farmaci più green. Che sono, di fatto, medicinali progettati per essere più rispettosi dell’ambiente e, idealmente, per migliorare l’accesso equo alla salute. Questo non significa che siano meno efficaci nel trattare le malattie, anzi. L’obiettivo è creare principi attivi che facciano il loro lavoro a dovere nel corpo umano, ma che si degradino più facilmente e in modo (più) innocuo una volta entrati nei vari comparti ambientali. Pensala come una medicina che ha una data di scadenza non solo nel tuo armadietto dei medicinali, ma anche in natura, senza causare danni sproporzionati.

[Per capire di cosa parlo, ti consiglio di approfondire la storia dell’inquinamento da residui di antibiotici in India]

Il concetto di greener pharmaceuticals, proposto da esperti nel settore, si basa su criteri come la riduzione dell’effetto indesiderato su organismi non bersaglio, la diminuzione delle emissioni ambientali, e l’aumento della biodegradabilità. Questi criteri sono pensati per minimizzare l’impatto ambientale dei farmaci dopo il loro utilizzo, pur mantenendo la sicurezza e l’efficacia per il paziente.

Esempi?

Alcuni farmaci sul mercato già mostrano caratteristiche di questo tipo senza che ciò fosse necessariamente progettato a tavolino. Ad esempio, la penicillina V, un antibiotico beta-lattamico, è nota per essere facilmente biodegradabile nell’ambiente. L’acido acetilsalicilico, comunemente conosciuto come aspirina, è un altro esempio di farmaco che si degrada rapidamente dopo l’escrezione. Anche l’interferone alfa-2a, un farmaco utilizzato per trattare alcune forme di cancro e infezioni virali, è considerato particolarmente biodegradabile nell’ambiente. Questi farmaci rappresentano un punto di partenza importante per lo sviluppo di nuovi medicinali che tengano conto dell’ambiente fin dalla fase di progettazione. Tuttavia, per rendere davvero sostenibile il settore farmaceutico, dobbiamo anche considerare chi ha accesso a questi farmaci e come gli impatti ambientali dei farmaci esistenti influenzano le diverse comunità.

Questo ragionamento deve intervenire non solo quando pensiamo allo smaltimento e alla degradazione nell’ambiente, dopo che il farmaco è stato usato, ma anche prima, nel momento in cui si recuperano le materie prime e il farmaco viene prodotto e distribuito.

Sfide, sfide e ancora sfide!

Progettare principi attivi più verdi non è solo una questione di buone intenzioni: è una sfida scientifica complessa. Uno dei maggiori ostacoli è bilanciare la necessità che un farmaco sia stabile ed efficace nel corpo umano con la necessità che si degradi rapidamente e in modo innocuo nell’ambiente. Questo equilibrio è fondamentale non solo per ridurre l’impatto ambientale, ma anche per garantire che nessuna comunità sia colpita dagli effetti negativi con uno sbilanciamento eccessivo. Ad esempio, comunità a basso reddito o rurali spesso non dispongono delle stesse infrastrutture di trattamento delle acque reflue delle aree urbane più ricche. Ciò significa che i residui farmaceutici possono accumularsi nelle fonti d’acqua locale, aumentando il rischio di esposizione per le persone che vivono in quelle aree. Ecco perché è cruciale che i farmaci siano progettati per degradarsi facilmente anche in ambienti meno controllati.

Un aspetto fondamentale in tutto questo è che la salute umana e la salute ambientale sono strettamente interconnesse, e le disparità nell’accesso ai farmaci e nelle conseguenze ambientali sono spesso amplificate dalle disuguaglianze sociali. Le comunità meno abbienti o emarginate sono quelle che pagano il prezzo più alto, sia in termini di esposizione a sostanze nocive, sia per la mancanza di accesso a farmaci sicuri ed efficaci. L’inclusione di criteri ambientali nella progettazione dei farmaci non deve compromettere l’accesso equo ai medicinali; al contrario, dovrebbe mirare a ridurre le disuguaglianze esistenti, garantendo che i farmaci siano sicuri, efficaci e accessibili a tutti, indipendentemente dalla loro posizione geografica o condizione socio-economica. Con l’aumento della consapevolezza sull’impatto ambientale e sociale dei farmaci, cresce anche la pressione sull’industria per agire. La buona notizia è che molti nel settore non solo sono consapevoli del problema, ma sono motivati a trovare soluzioni.

Il passaggio verso i farmaci più green e più equi non è solo una tendenza: è un’evoluzione necessaria nel modo in cui pensiamo allo sviluppo dei farmaci. La strada da percorrere è piena di sfide, ma con collaborazione, innovazione e un impegno per la sostenibilità e l’equità sociale, è un viaggio che vale la pena intraprendere.

E per chi volesse approfondire ulteriormente come la salute, la sostenibilità e l’equità sociale possano andare di pari passo, consiglio la lettura del mio libro Salute a tutti i costi, dove esploro più a fondo il rapporto tra l’industria farmaceutica, la sostenibilità, il benessere umano e le dinamiche sociali.

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