Madre Terra ha festeggiato proprio ieri per la giornata a lei dedicata, come ormai succede da ben cinquantacinque anni. La consideriamo un po’ la mamma di tutti, non solo per l’età, e forse proprio questa connotazione così da “persona”, da entità fisica e ben delimitata ha fatto sì che diventasse un qualcosa di altro da noi. Dei limiti, fisici, effettivamente, li ha. Ma dato che ogni essere vivente e non alberga sulla sua superficie o annidato in qualcuno dei suoi strati, sarebbe forse più utile considerarla nell’interezza della sua complessità.
Difficile dire cosa significhi celebrare la giornata della terra e come si distingue, in termini di pertinenza, da tutte le altre che ci fanno riflettere sull’acqua, sull’esaurimento delle risorse (overshoot day) e su tanti altri dettagli. Perché, detta come va detta, la terra siamo noi e il modo in cui la occupiamo utilizzandone le risorse. Fra i vari slogan che in questi giorni girano sui social ce n’è uno che rientra a pieno titolo tra i miei preferiti e, parafrasando, il concetto è: il pianeta sopravviverà lo stesso senza di noi, non è lui (o lei, non era madre?) che dobbiamo salvare ma noi stessi.
Ed è proprio così: coloro che hanno e avranno, con livelli e tempi diversi, difficoltà a fare fronte alle condizioni cui sta andando incontro la terra, sono esattamente le specie che ci vivono. E sono anche le stesse che strenuamente e con tutti i mezzi possibili a propria disposizione stanno cercando una maniera per rendere la propria permanenza sul pianeta assicurata il più a lungo possibile.
Quanto peso ha la nostra salute e la sua cura sulla salute della terra?
Ragionare su questo aspetto permette di capire che gli effetti non sono trascurabili, perché la ricerca di salute e benessere per la nostra società e per gli individui produce una serie di conseguenze, sia in termini di utilizzo delle risorse che di scarti. Ha impatti sull’inquinamento delle acque, dei terreni e sull’accumulo di sostanze che possono permanere nell’ambiente per decenni, un tempo spesso ben superiore rispetto a quello in cui un farmaco, ad esempio, porta beneficio.
Il grande ago della bilancia in questa storia ha a che vedere con la giustizia ambientale: a danno di chi qualcuno sta ottenendo benefici? Decretare chi sono gli attori di questa commedia è importante perché ha a che fare con quelle che possiamo definire le 4 P: il potere e il privilegio, ma anche la partecipazione e le priorità nell’agenda delle cose da fare. Chi ha più diritto di curarsi? E dove vengono prodotte le sue cure? Con le risorse di chi? E chi gestisce le sue scovazze (ndr. citofonare a Trieste per la traduzione del termine)?
Molti di quelli che oggi possiamo considerare dei veri e propri disastri ambientali, a partire dall’inquinamento persistente di alcune zone dell’India e della Cina, dove si producono antibiotici, sono stati causati da situazioni in cui era molto chiaro quale sarebbe stata la parte privilegiata e a discapito di chi, invece, sarebbero arrivati i danni. Senza dover arrivare all’Oriente, in paesi del continente europeo e degli USA, è stato rilevato che una vasta gamma di farmaci, compresi ormoni, antidepressivi, e anti-infiammatori, finiscono nelle acque reflue. Questi contaminanti spesso non vengono completamente rimossi durante il trattamento delle acque e possono avere effetti nocivi sugli organismi acquatici, come disturbi dello sviluppo e della riproduzione.
Si parla sempre di Terra, a prescindere dal comparto che consideriamo. Terra siamo e terra torneremo ad essere, prima o poi. Nel giorno della sua “festa” auspico una riflessione sul fatto che la tanto acclamata circolarità su cui tanto speculiamo si applica molto bene anche quando parliamo di salute e che quello che utilizziamo per preservare la nostra salute potrebbe prima o poi essere dannoso per la salute stessa.
