“Capitale mondiale della resistenza antimicrobica”, l’hanno definita. L’India è uno dei paesi che ha capito molto bene, in questi anni, cosa significa essere assediati dalla resistenza antimicrobica. Ha capito bene anche come questo influisce su tutti gli aspetti di un territorio: ambiente, economia e società escono spesso sconfitti da esperienze come quelle vissute nella zona del Telangana.
Sono due i motivi sostanziali che l’hanno portata a guadagnarsi questo infausto nomignolo. Da una parte la diffusione massiccia e fortemente incontrollata di farmaci antimicrobici finalizzati a curare le malattie infettive che imperversano in quell’area; non dimentichiamo in India malattie come la tubercolosi e la malaria hanno un tasso di incidenza molto elevato, anche a causa del fatto che molti dei farmaci disponibili per queste malattie (soprattutto per le fasce di popolazione meno abbienti) sono contraffatti. In sostanza, quindi, non curano e contribuiscono alla resistenza antimicrobica.
Dall’altra parte, uno sviluppo ingente del settore produttivo farmaceutico, responsabile di produzione di scarti e rifiuti su cui la normativa non ha mai avuto troppa presa. L’inquinamento delle acque e dei terreni che ne deriva è quanto di più preoccupante si possa verificare, in quanto influisce sul ciclo alimentare e crea circoli viziosi difficili da interrompere. La pratica della defecazione all’aperto, inoltre, diffusa in India da decenni, provoca la fuoriuscita di antibiotici o dei loro residui nell’ambiente attraverso il suolo e l’acqua. Con quasi il 35% della popolazione esposta ad acqua potabile contaminata da feci, questa parte del pianeta contribuisce in modo significativo allo sviluppo della resistenza antimicrobica.
Le conseguenze di questa situazione non si sono fatte attendere: le ripercussioni sul comparto agroalimentare e sulla salute animale sono state e sono, ancora ad oggi, estremamente gravi e rappresentano a tutti gli effetti un problema di ingiustizia ambientale.
Se vuoi approfondire le problematiche che l’India sta affrontando puoi trovare un quadro abbastanza chiaro in questo articolo.
Giustizia ambientale: cos’è e perché dovrebbe interessarci
La definizione che l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) statunitense fornisce di giustizia ambientale è la seguente:
La giustizia ambientale è il trattamento equo e il coinvolgimento significativo di tutte le persone indipendentemente da razza, colore, origine nazionale o reddito rispetto allo sviluppo, all’attuazione e all’applicazione di leggi, regolamenti e politiche ambientali.
Un trattamento equo significa che nessun gruppo di persone dovrebbe farsi carico di una quota sproporzionata delle conseguenze ambientali negative derivanti da operazioni o politiche industriali, governative e commerciali.
La ricerca su questo tema affonda le proprie radici nel secolo scorso, con movimenti guidati da cittadini che chiedevano chiarezza e misure di precauzione su alcune operazioni responsabili di inquinamento ambientale. Cose più grandi di loro, ma su cui avevano tutto il diritto di intervenire perché si trattava della propria salute. Dall’allocazione di siti per lo smaltimento dei rifiuti, all’uso massiccio e indiscriminato di sostanze come i pesticidi, erano tempi in cui gli scenari di rischio sapevano ancora di esotico. Non c’erano le conoscenze disponibili oggi per decretare in maniera troppo fine i livelli di pericolosità derivati dall’esposizione a sostanze tossiche (per chi, come, oltre quale soglia, per che tipo di utilizzo) e i movimenti ambientalisti hanno svolto un ruolo fondamentale nello stimolare i policy makers e gli addetti ai lavori affinché l’approccio cambiasse. Anche in India le comunità del Telangana hanno mosso le acque per pretendere un cambiamento, ma purtroppo questo ha sortito effetti molto deboli e non ha ancora portato all’instaurarsi di un sistema di controllo efficace.
Un ambito che si incrocia profondamente con altri fattori come la discriminazione, che può manifestarsi come noncuranza verso le minoranze, il razzismo e il divario economico: in poche parole, e non per usare frasi fatte, sono sempre i più deboli a pagare le conseguenze, anche e soprattutto nel caso dei disastri ambientali.
Di fatto, pretendere una giustizia ambientale significa mettere le persone nelle condizioni per sviluppare e mantenere uno stato di salute dignitoso, da cui deriva anche una stabilità sociale ed economica che permette lo sviluppo di un territorio. Nella produzione di farmaci e di materie prime per la loro ricerca e messa a punto, ad esempio, la necessità di lavorare su larga scala per aumentare il profitto ha spinto sempre di più a spostare le operazioni proprio in quei luoghi dove gli standard di controllo e di regolamentazione ambientale avevano maglie più larghe. Se dal punto di vista economico questo ha portato ad uno sviluppo notevole (anche se spesso va capito bene a beneficio di chi), il lato ambientale e sociale ne ha giovato molto meno. E dato che senza la salute degli individui, dell’ambiente che li circonda e della società intera anche l’economia vacilla, è chiaro che questo modello non può camminare dritto a lungo.
Uno dei bellissimi pilastri della giustizia ambientale è proprio quello che, effettivamente, ha contribuito a costituirla: la partecipazione delle comunità.
- Le persone hanno l’opportunità di partecipare alle decisioni su attività che possono influenzare il loro ambiente e/o la loro salute;
- Il contributo del pubblico può influenzare la decisione dell’agenzia di regolamentazione;
- Le preoccupazioni della comunità saranno prese in considerazione nel processo decisionale; e
- I decisori cercheranno e faciliteranno il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate.
Date queste premesse, però, è necessario che vi sia consapevolezza su quali sono le problematiche e come è possibile intervenire: il coinvolgimento implica accessibilità alle informazioni che servono per fare le domande giuste e come sollecitare trasparenza da parte dei policy makers.
Qui c’è un bellissimo articolo di National Geographic che racconta come si è evoluta la situazione in questo campo e racconta anche come le conseguenze del cambiamento climatico verranno sofferte in maniera non equa delle diverse popolazioni mondiali.
Il sito dell’Agenzia Europea per l’Ambiente raccoglie in maniera molto esaustiva tutti i link riguardo alle informazioni utili e alle policy in materia ambientale e qui puoi trovare informazioni su come muoversi in quanto cittadini interessati a proteggere il proprio ambiente.
L’invito è chiaro: facciamoci coinvolgere, interessiamoci per primi, partecipiamo il più possibile alla discussione. La citizen science, ad esempio, vede da anni un coinvolgimento dei cittadini nella raccolta di dati ed evidenze su tematiche che riguardano la scienza e, in particolare, l’ambiente. Questo ha il doppio beneficio di creare interesse e sensibilità nelle persone e di aumentare la consapevolezza e l’informazione all’interno delle comunità.
Ti consiglio, a questo proposito, il libro (enorme) in cui si parla anche di Environmental Justice, Health and Citizen Science: trovi un capitolo interamente dedicato a questo argomento (pagina 219, capitolo 12).
Buona lettura!
