Tempo fa ho dovuto cambiare la formulazione di un farmaco che prendo da sempre. Da una pratica pastiglia piccola e leggera sono passata ad una soluzione in fiale, dal gusto orribile e contenuta in una serie di involucri decisamente più voluminosi. Risultato: ogni giorno, a fronte di qualche decina di MICROGRAMMI assunti, butto via un discreto numero di fialette di plastica con annesso tappino (voluminoso anche lui, perché fa da etichetta). Il tutto è corredato da relativo involucro di alluminio e scatola di cartone.
Era più comoda la pastiglietta? Sì.
Era più sostenibile? Dipende.
Di sicuro, per quello che serviva al mio organismo, non andava bene.
E poi, la domanda delle domande: se ne potrebbe fare a meno di tutti questi involucri? Per quello che riguarda questo farmaco, per esempio, assolutamente NO.
I farmaci sono tra le sostanze per cui una protezione fatta bene può fare realmente la differenza. La luce, il calore e l’umidità sono insidie non da poco per la stabilità chimico-fisica, che deve essere garantita per tempi lunghi e in condizioni quasi mai ideali.
C’è il marketing della confezione, ovvio, ma non è solo quello a contare. Possiamo agire sulle logiche di mercato che impongono numeri e disposizione dei farmaci per confezione, in alcuni casi, soprattutto su quelli venduti su prescrizione. Si sta facendo ricerca anche sui materiali degli involucri per trovare soluzioni più sostenibili, ma sulla necessità di avere un packaging fatto bene tenderei ad essere più conservatrice: ci vuole e deve essere funzionale.
Nel caso di questo farmaco, poi, si tratta di una molecola piuttosto delicata. Motivo per cui in letteratura si trovano molti tentativi di formulazioni per la somministrazione a lungo termine, come i sistemi sottocutanei, sia per ridurre le fluttuazioni nella concentrazione sanguigna, sia per eliminare tutte le problematiche legate alla compliance del paziente: dimenticanze, svogliatezza, perdita dell’attimo perfetto, errori nel dosaggio. A quel punto anche il problema degli involucri sarebbe risolto. Invece no, niente da fare: la stabilità non viene mantenuta abbastanza a lungo (ma tipo nemmeno un giorno) e ci vorrebbe un minimo di refill quotidiano. Non sarebbe comunque sostenibile e la compliance andrebbe lo stesso a farsi benedire. Meglio saperlo, comunque.
C’è un altro aspetto importante, però, che ci insegna a non focalizzare l’attenzione solo su quello che vediamo e che sembra essere il problema maggiore.
Nel mio caso, cambiare formulazione ha significato da un lato più scarti, dall’altro meno problemi e meno analisi di controllo, quindi meno procedure di laboratorio, meno reagenti, meno materiali e meno strumentazioni utilizzate: anche questo è “sostenibilità”, anche se non si vede e non è sempre direttamente dipendente dalla nostra volontà.
La gestione dell’involucro ci tocca molto perché effettivamente è uno dei pochi aspetti su cui percepiamo di poter dare, come singoli, un contributo in termini di gestione dell’impatto ambientale, quando parliamo di farmaci. Su tutto il resto, in effetti, possiamo fare poco, a meno di decidere di non curarci, ovviamente.
Una domanda interessante che spesso mi viene fatta è: “dove butto i blister vuoti delle compresse?”. La risposta non è univoca e dipende dal materiale con cui sono fatti: alcuni di plastica, altri di alluminio, altri possono avere entrambi i materiali, anche se la tendenza oggi è quella di farli monomateriale. Dipende anche dalle direttive che ogni zona impone sulla differenziazione dei rifiuti: ci sono casi in cui plastica e alluminio vanno buttati insieme, altri in cui l’alluminio viene combinato con il vetro. Non è da demonizzare nemmeno chi li butta nell’indifferenziato, dato che possono essere materiali poli-accoppiati con additivi e colle, cosa che complica notevolmente la gestione e il recupero. Insomma, buttateli dove credete.
L’aspetto di cui preoccuparsi di più, invece, è gestire correttamente i farmaci scaduti, che vanno necessariamente smaltiti negli appositi contenitori: da qui il percorso segue una via a parte, che prevede sempre la termovalorizzazione ma con trattamenti separati. I farmaci sono rifiuti speciali e per tutte le caratteristiche chimico-fisiche e gli effetti biologici così variegati, non è possibile al momento prevedere un fine vita diverso.
Qui un articolo di Altroconsumo che spiega sia come smaltire le confezioni, sia i rischi di non gestire correttamente i farmaci scaduti a livello di impatto ambientale.
https://www.altroconsumo.it/salute/farmaci/consigli/farmaci-smaltimento
Altro aspetto di cui preoccuparsi molto, che ha a che vedere anche con impatti a lungo termine, riguarda la non corretta conservazione dei farmaci. Se il packaging viene studiato (anche) per garantire che nel periodo designato (in genere 5 anni) un farmaco si mantenga “in forma” e sia efficace senza fare danni, conta anche il set di condizioni cui noi lo esponiamo: la temperatura e l’esposizione alla luce, ad esempio. Se alla molecola che stiamo assumendo non piace proprio essere esposta ai raggi luminosi, la presenza di una protezione adeguata, anche se fatta di un materiale che riteniamo poco sostenibile, ha un ruolo importante. Le conseguenze di una cattiva conservazione possono essere diverse e non tutte visibili nell’immediato: dalle variazioni fisiche della formulazione a quelle molecolari, che probabilmente possono dare luogo, nel migliore dei casi, ad una mancata efficacia del farmaco. Questo può implicare problemi di salute, più o meno gravi, con interventi di emergenza, controlli o compensazioni con altri farmaci.
Tutto questo per dire che non sempre le cose sono così ovvie come sembrano e il tema del packaging farmaceutico, così come avviene per il cibo, è decisamente complesso, se vogliamo guardarlo dal punto di vista della sostenibilità.
