Intersezionalità e innovazione per la salute: ridurre le disuguaglianze fa bene anche all’ambiente (e a noi)

Oltre al genere c’è di più e la scienza e l’innovazione dovrebbero tenerne conto.

Il nome usato per esprimere questo “oltre” è stato introdotto dalla giurista Kimberlé Crenshaw oltre trent’anni fa, e nel frattempo si è concretizzato diventando una lente fondamentale per comprendere le dinamiche complesse delle disuguaglianze sociali. Si dice intersezionalità ed è un approccio che ci permette di analizzare come razza, classe, genere e altre caratteristiche individuali si intersecano tra loro, creando sovrapposizioni che possono amplificare le possibili discriminazioni.

Possiamo applicare la lente dell’intersezionalità per promuovere un’innovazione sostenibile e ridurre le disuguaglianze, con particolare attenzione alla salute, alla tecnologia e alla sostenibilità ambientale?

La risposta è sì.

Le disuguaglianze non sono fenomeni monodimensionali. Emergono da una combinazione di fattori socio-culturali, ambientali e biologici, che includono genere, etnia, lingua, età, livello economico, stato di salute e istruzione, colore della pelle e contesto geopolitico. Questi fattori sono complessi in partenza e interagiscono in modi ancora più complessi, modellando le opportunità di accesso ai diritti fondamentali e ai servizi essenziali. Questo quadro di riferimento si può comprendere meglio grazie ad un gioco in cui si fanno passi avanti o si rimane fermi a seconda di una serie di condizioni che ci vengono proposte da un master, che possono descrivere la situazione in cui ci troviamo e come questa influenza la nostra capacità di movimento, appunto, in avanti, verso un’evoluzione. Che la nostra autopercezione sia giusta o sbagliata, uno degli obiettivi principali è far capire come il grado di privilegio influenzi profondamente le nostre opportunità: di lavorare, studiare, stare bene, stare in uno stato di salute accettabile, stare. Esistere.

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Godere di uno stato di salute accettabile, per tutte le persone può rappresentare o diventare, ad un certo punto, una difficoltà, a seconda di tanti fattori. Per alcune può esserlo più di altre. Stare “bene”, qualunque cosa questo voglia dire, può esserlo ancora di più.

Le disuguaglianze in salute spesso riflettono una distribuzione ineguale del reddito, del potere e della ricchezza, che a loro volta sono influenzate da politiche educative, diritti riproduttivi, diritto ad un alloggio o ad una occupazione sicura e alla struttura dell’assistenza sanitaria. Nei paesi con maggiore disuguaglianza di reddito, lo stato di salute della popolazione tende ad essere peggiore rispetto a quelli con livelli di reddito più equi.

Adottare un approccio intersezionale significa riconoscere che le persone sono multidimensionali e che le loro esperienze sono modellate da variabili interconnesse. La donna presente al centro dell’immagine, appartenente a quella che in alcune parti del mondo può essere considerata una minoranza etnica, ha un determinato grado di privilegio e l’opportunità di essere considerata, vista, ascoltata e trattata in maniera efficace. Una disabilità aggiunge un tassello ulteriore ai fattori che possono concorrere ad una sua potenziale discriminazione, ma non può essere compresa adeguatamente se ogni dimensione viene considerata separatamente, una per volta. Il genere è una variabile, che si somma e interagisce con altre variabili e questa interazione non può essere ignorata. Nell’ambito della salute questo approccio può prevenire la perpetuazione delle disuguaglianze, un passo che la medicina di genere ha già evidenziato con l’importanza di considerare le differenze fisiologiche tra uomini e donne. Questo, appunto, è uno dei primi passi che si possono compiere. Sommare queste differenze ad altri fattori permette di andare oltre e svolgere un lavoro più approfondito.

Verso nuovi orizzonti: come?

L’intersezionalità è particolarmente interessante e rilevante nel campo dell’innovazione, soprattutto quando parliamo di salute. Le risorse impiegate e le invenzioni portate sul mercato, per essere efficienti, devono poter essere accessibili a una vasta gamma di persone, tenendo conto delle loro diverse necessità e condizioni. Questo approccio richiede una riflessione critica anche sui pregiudizi, consci o inconsci, che possono influenzare la progettazione dei servizi e delle soluzioni tecnologiche che progettiamo.

  • Per chi le abbiamo pensate?
  • A chi e perché servirebbero?
  • Come ne fruiranno le persone?

Queste sono alcune delle domande che ci si può fare in una fase di brainstorming dove l’approccio intersezionale troverebbe sicuramente largo spazio.

Un esempio calzante riguarda l’accesso stesso alle tecnologie e al mondo della salute digitale, in quanto esistono disparità significative nell’utilizzo delle tecnologie e sono basate su genere, età, livello di istruzione e status socio-economico. Queste disparità non solo limitano l’uso delle tecnologie esistenti, ma anche la partecipazione alla loro progettazione, riducendo l’opportunità di creare soluzioni realmente inclusive. Quello che può sembrare una genialata, può rivelarsi un fiasco…semplicemente perché chi nella nostra mente ne avrebbe beneficiato potrebbe non trovarlo poi così geniale.

L’ambiente siamo (sempre) noi

L’intersezionalità è un approccio utile non solo per affrontare le disuguaglianze sociali e sanitarie, ma può anche essere applicata per promuovere la sostenibilità ambientale. La crisi ambientale globale colpisce in modo diverso le varie popolazioni e le comunità meno privilegiate sono spesso quelle che subiscono gli impatti più gravi. I programmi stessi di mitigazione del cambiamento climatico che non tengono conto delle disparità socioeconomiche rischiano di escludere infatti proprio le comunità più vulnerabili. Un approccio intersezionale può aiutare a garantire che le politiche ambientali siano progettate per essere inclusive, riconoscendo le diverse capacità e risorse delle comunità e promuovendo la giustizia ambientale.

Oltre a ciò, l’utilizzo di risorse materiali, umane, economiche e ambientali non è a costo zero e richiede sempre di più, perché rischiamo di esserne a corto a breve, che vi sia un’efficienza maggiore, un rapporto tra costo e beneficio che sia vantaggioso: la possibilità di raggiungere un maggior numero di persone con le soluzioni che hanno richiesto questo investimento e questi costi va proprio in questa direzione.

Promuovere un’innovazione sostenibile richiede un cambiamento culturale e strutturale che garantisca opportunità di accedere ai diritti fondamentali e ai benefici delle nuove tecnologie e cure sanitarie. La sfida è grande, ma le opportunità di creare un impatto positivo sulla vita delle persone lo sono altrettanto.