La taglia unica non ci aiuterà a gestire il cambiamento climatico

Riflessioni su genere, intersezionalità e adattamento climatico a partire da Londra

Immagina una città inondata dalla pioggia. Le strade si riempiono d’acqua, i trasporti si bloccano, le case diventano fredde e umide. Ora chiediti: chi è più colpito da questa situazione? Un manager che lavora da casa o una madre single che deve accompagnare i figli a scuola e poi correre al lavoro in autobus? Un adolescente in buona salute o un’anziana con mobilità ridotta?

Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo.

E questa semplice verità, così intuitiva se ci pensiamo anche solo un istante, è ancora troppo poco presente nelle strategie climatiche messe in campo dalle città, dalle istituzioni e dai decisori politici.

Eppure, c’è chi sta cercando di cambiare rotta. Londra, ad esempio, ha avviato un percorso coraggioso e innovativo, chiedendosi come progettare un adattamento climatico che sia davvero giusto. Un adattamento che tenga conto delle differenze. Che ascolti le voci meno ascoltate. Che riconosca che vulnerabilità, disuguaglianza e discriminazione possono aggravarsi proprio nei momenti di crisi climatica.

Ma cosa significa, in concreto, “adattamento climatico intersezionale e attento al genere”? E come possiamo portare questa consapevolezza nei nostri contesti, nelle nostre città, nei quartieri che abitiamo?

Le domande giuste per partire

Quando si parla di clima, spesso si parla in termini generici: “dobbiamo prepararci”, “serve resilienza”, “le città devono adattarsi”. Ma chi è questo “noi”? Chi viene incluso nelle politiche di adattamento e chi, invece, resta ai margini?

Ecco alcune domande che dovremmo iniziare a porci, tutte le volte che pensiamo a un piano climatico, a un’infrastruttura verde, a una nuova linea di trasporti:

Chi potrà accedere a questa risorsa?

Chi ha voce nei processi decisionali?

Chi si sta facendo carico dei rischi, e chi invece ne è protetto?

Le donne, le persone migranti, i bambini, le persone con disabilità: come vivono le ondate di calore, le alluvioni, l’insicurezza alimentare?

Quali bisogni rimangono invisibili, quando disegniamo risposte “per tutti”?

Non sono domande comode. Ma sono necessarie. Perché ogni volta che ignoriamo le differenze, costruiamo soluzioni che funzionano solo per alcuni – spesso per i più privilegiati.

Londra ha il coraggio di guardare in faccia le disuguaglianze

Nel 2023, l’Assemblea di Londra ha pubblicato un rapporto importante: A Gender and Intersectionality Responsive Climate Adaptation Plan for London. Il documento nasce dalla consapevolezza che la città, con i suoi oltre 9 milioni di abitanti, non è un corpo omogeneo. È attraversata da linee di frattura profonde: reddito, origine etnica, genere, salute, accesso all’abitazione, cittadinanza. E tutte queste variabili contano – eccome – quando si parla di impatti climatici.

Le ondate di calore, ad esempio, non colpiscono allo stesso modo chi vive in un appartamento all’ultimo piano senza aria condizionata e chi può rifugiarsi in una casa fresca con un bel giardino. L’allagamento di una fermata dell’autobus può significare poco per chi ha un’auto, ma può diventare un ostacolo insormontabile per chi si sposta con una carrozzina o con passeggino.

Il rapporto di Londra propone quindi un cambio di paradigma: smettere di vedere l’adattamento come un insieme di soluzioni tecniche universali, e iniziare a costruire risposte che partano dalle vite reali delle persone.

Coinvolgere chi vive le vulnerabilità

Uno dei pilastri del piano londinese è il coinvolgimento attivo delle comunità più esposte. Non basta “considerarle”: bisogna includerle nei processi decisionali. Questo significa, ad esempio, co-progettare gli spazi verdi con chi vive nei quartieri più densamente edificati. Ma anche creare gruppi di ascolto con donne migranti per capire le barriere culturali e linguistiche che impediscono l’accesso ai servizi, parlare con le associazioni che lavorano con le persone con disabilità per disegnare percorsi di evacuazione realmente accessibili.

Perché chi meglio di loro può dirti cosa funziona e cosa no?

Raccogliere dati che raccontino la realtà

Un altro aspetto fondamentale riguarda i dati. Troppo spesso, i dati ambientali e sociali non sono disaggregati per genere, età, provenienza. Questo rende invisibili intere fasce della popolazione. Come fai a sapere se un piano funziona per genitori single se non sai neppure quanti ce ne sono nel tuo quartiere? Come puoi monitorare l’accessibilità se non chiedi a chi vive con una disabilità?

Londra ha iniziato a lavorare per raccogliere dati più completi, più granulari, che permettano di capire dove si annidano le vulnerabilità e come evolvono nel tempo. Ma anche questo richiede una trasformazione culturale: riconoscere che i numeri non sono mai neutri, e che i metodi di raccolta e analisi possono contribuire ad aumentare o ridurre le disuguaglianze.

Ecco perche serve educare alla complessità.

Un altro punto centrale del piano di Londra riguarda la formazione. I tecnici, gli urbanisti, i funzionari pubblici devono essere messi nelle condizioni di comprendere l’intersezionalità. Non basta parlare di “diversità”: bisogna avere strumenti per riconoscerla, per lavorarci, per valorizzarla.

E questa è una sfida anche per noi. Quante volte, nella nostra vita quotidiana, ci accorgiamo delle barriere che altri incontrano? Quante volte diamo per scontato che ciò che è comodo per noi, lo sia per tutti?

Portare lo sguardo intersezionale nella tua città

Il caso di Londra è importante perché mostra che un’altra via è possibile. Ma la domanda più potente è: e se lo facessimo anche noi?

  • Cosa accadrebbe se i piani di adattamento delle nostre città si costruissero a partire dalle esperienze delle persone più esposte?

  • Se genitori, caregiver, migranti, giovani e persone con disabilità fossero protagonisti – e non solo destinatari – delle strategie climatiche?

  • Se ogni progetto urbano, ogni servizio, ogni risposta emergenziale fosse valutata anche in termini di impatto su genere, razza, disabilità, classe sociale?

Non è solo questione di giustizia. È anche questione di efficacia. Le politiche che tengono conto della complessità della società sono semplicemente più solide, più resistenti, più adatte a un futuro incerto.

Se il cambiamento climatico colpisce i più fragili, com’è possibile che anche la salute diventi un lusso? Non possiamo accettare che, nel mezzo di una crisi globale, l’accesso a cure dignitose dipenda da dove vivi, che lingua parli o quanto guadagni. Le ondate di calore, l’inquinamento, le emergenze ambientali non aspettano liste d’attesa o permessi di soggiorno. È ora di smettere di curare solo chi riesce ad arrivare in ospedale e iniziare a portare la salute dove serve, a chi ne ha più bisogno. Perché nessun adattamento climatico è giusto se lascia indietro i corpi più esposti.

L’intersezionalità non è un’aggiunta. È la chiave.

C’è chi pensa che aggiungere la lente di genere o di intersezionalità significhi complicare le cose. Ma è vero il contrario: è l’unico modo per capire davvero la realtà. Senza queste lenti, rischiamo di costruire risposte che sembrano giuste, ma che nella pratica escludono, marginalizzano, lasciano indietro. Intersezionalità significa chiedersi chi manca, chi non è stato ascoltato, chi deve fare più fatica per arrivare dove altri arrivano con facilità. Significa smettere di progettare per l’“utente medio” – che, guarda caso, spesso assomiglia a un uomo bianco, giovane, in salute – e iniziare a progettare per la vita vera.

E tu, da dove inizi?

Chiunque può fare qualcosa.

Se sei un* progettista, puoi iniziare a chiederti per chi stai progettando. Se lavori nella pubblica amministrazione, puoi proporre processi più partecipativi. Se fai parte di un’associazione, puoi portare queste istanze nelle reti di cui fai parte. Se sei un* cittadin*, puoi iniziare a guardare la tua città con occhi diversi.

Prova a percorrere le strade che conosci con lo sguardo di una persona che cammina con un bastone, o che non capisce bene la lingua dei cartelli. Prova a immaginare di affrontare un’ondata di calore con tre figli piccoli e senza una macchina. Prova a chiederti chi ha davvero voce, quando si decidono le cose che riguardano il tuo quartiere.

E allora, forse, possiamo iniziare a pensare all’adattamento non solo come reazione al cambiamento climatico, ma come occasione per ricostruire il patto sociale, per ridurre le disuguaglianze, per immaginare città più eque, più solidali, più vivibili per tutti.

Londra ci mostra una strada. E noi?

Il piano di Londra non è perfetto, ma ha un enorme merito: ha il coraggio di nominare l’ingiustizia. Ha il coraggio di chiedere: “e se invece di adattarci tutti allo stesso modo, iniziassimo a riconoscere che non partiamo tutti dalla stessa linea di partenza?”

E questa domanda, alla fine, riguarda anche noi. Riguarda le nostre città, le nostre scelte, la nostra responsabilità.

Perché se è vero che il cambiamento climatico non è neutro, allora neanche la risposta può esserlo. Deve essere giusta, condivisa. Deve essere intersezionale.

Una nota importante. In UK hanno iniziato prima che in tutto il resto d’Europa a occuparsi di impatto ambientale e di legame con la salute, hanno una mentalità aperta su questo tema e poco timore di affrontare argomenti e dati scomodi.

Se vuoi approfondire, trovi il piano di Londra a questo link.