Sembra quasi scontato.
Ascoltandomi mentre racconto perché l’approccio One Health rappresenta una strada pressoché obbligata per il futuro del nostro pianeta e della nostra specie, non posso fare a meno di pensare che sembra una favola per bambini dell’asilo, per quanto è semplice. La salute è una, unica, indivisibile: non può esistere una salute degli essere umani se l’ambiente che li circonda è, per primo, malsano. Non posso essere in salute se il cibo che mangio è contaminato, se l’acqua che bevo contiene sostanze nocive accumulate da tempo e l’aria che respiro trasporta ogni sorta di inquinanti. E se per sopravvivere inquino ogni spazio, la stessa sorte toccherà a chi condivide con me quello spazio.
“Un mondo, una salute”, dice il motto. Sono quattro le componenti su cui si basa questa visione: geografica, ecologica, attività umane e agricoltura. L’intento è, di nuovo, molto semplice ma anche parecchio ambizioso. Per fare un esempio, si tenta di prevenire le epidemie di zoonosi negli animali e nelle persone, migliorare la sicurezza e la salvaguardia degli alimenti, ridurre le infezioni resistenti agli antibiotici e migliorare la salute umana e animale. Il tutto tenendo sempre ben a mente la profonda interconnessione che sottende a questi ambiti.
La resistenza antimicrobica è forse uno dei campanelli d’allarme che hanno suonato più forte negli ultimi anni, riuscendo a permeare anche nella consapevolezza generale e destando l’attenzione di un gran numero di persone, addetti ai lavori in primis. E per fortuna, perché le conseguenze di questo fenomeno investono aspetti della nostra vita che nemmeno potremmo immaginare: dalla mal conservazione degli avanzi a fine cena, alle coccole dedicate ai nostri gatti. Non abbiamo forse prestato troppa attenzione a cosa significa essere invasi da un agente patogeno e non riuscire a liberarsene, fino a quando la pandemia da Covid non ci ha messi davanti ad un problema pratico fatto di varianti e ondate, ma è esattamente quello che, in maniera più pervasiva e grave, sta avvenendo con la resistenza antimicrobica.
Uscirne, ammesso che ciò sia possibile, richiede azioni congiunte e rapide. Analogamente a quanto avviene per gli antimicrobici, sono diverse le sostanze che utilizziamo da anni per preservare e migliorare la nostra salute e che sono diventati inquinanti persistenti. La soluzione non è smettere di usarli: come avrete letto, non sono la tipa da consigliare misure drastiche e quando si parla di salute ancora meno. Mi piacciono le mezze misure, che partono dalla consapevolezza. È bene conoscere lo stato delle cose, sapere che, fra le misure da attuare, potrebbe esserci anche quella di limitare i danni che noi stessi arrechiamo nel tentativo di salvarci ogni giorno un po’ di più. L’attenzione alla purificazione delle acque, ai processi di produzione, agli standard di qualità e smaltimento, fattori che troppo spesso, se non curati, diventano complici involontari di disastri ambientali.
Come siamo messi, in Italia?
L’Istituto Superiore di Sanità ha stilato un Piano Strategico per il biennio 2021-2023, a promuovere la crescita della capacità multidisciplinare necessaria per affrontare sfide sanitarie complesse a livello nazionale e internazionale. Questo significa colmare le lacune nella ricerca, ma anche nel networking, nell’integrazione e nella formazione, attraverso il potenziamento di tutti i settori coinvolti. Rilevante è la partecipazione dei cittadini e delle comunità tra le parti interessate al fine di garantire il pieno impatto di One Health, un aspetto su cui insisto particolarmente da quando mi occupo di questa tematica.
E dato che la consapevolezza si coltiva leggendo e informandosi, ecco alcune fonti utili da consultare:
