Salute mentale: quando lo stigma è culturale

La necessità di un approccio intersezionale per aiutare e non giudicare

SITUA: Una ragazza cinese e sua madre si recano in ospedale per una visita neurologica: la ragazza lamenta da tempo forti mal di testa, ma sembra che nessun trattamento farmacologico funzioni per lei. La madre interviene nella discussione più volte, con modi bruschi e autoritari, chiedendo TAC, esami più approfonditi e questo induce il neurologo a pensare che il problema possa essere collegato ad una causa psicologica, più che fisiologica. Non se ne parla proprio: ogni indagine sul tema della salute mentale è negata anche solo a pensarci.

Di cosa sto parlando?

Non lo nascondo. Sto facendo un binge rewatch di “New Amsterdam”, una serie cche avevo guardato qualche anno fa e ho amato, quando stavo scrivendo “Salute a tutti i costi”. Già quella volta avevo attinto a man bassa dalle puntate che riguardavano la sostenibilità ambientale, ma questa volta è come se mi si fosse acceso un taccuino virtuale pronto a prendere note in testa ogni volta che qualche paziente varca la porta del primo ospedale pubblico di New York. Se stai pensando alla parola “fantascienza” nell’accostare il termine “pubblico” alla “salute” negli USA, sì, esatto, è più o meno quello il mood.

In un articolo di alcune settimane fa (o mesi? non ricordo) avevamo parlato di quella domanda che fa da leitmotiv più o meno per tutta la serie, pronunciata dal protagonista e direttore sanitario Max Goodwin, che vorrebbe aiutare tutte le persone, evitando ogni malattia e possibilità di morte, possibilmente gratis per ogni paziente.

“How can I help?”, continua a chiedere, sempre.

In questa specifica puntata, invece, parliamo di un fenomeno che ho avuto modo di esplorare proprio grazie a quei 42 minuti circa. Parliamo di salute mentale, e di quanto sia per nulla scontata la sua gestione. Ma parliamo, prima ancora, di barriere culturali.

È facile dire che la salute mentale è importante, ma è altrettanto semplice parlarne apertamente? Per molte persone, la risposta è no.

Questo divario tra la consapevolezza dell’importanza della salute mentale e la disponibilità a discuterne apertamente non è universale: dipende spesso dal contesto culturale, familiare e sociale in cui ci troviamo.

Un esempio significativo è rappresentato dalla comunità asiatica-americana, dove il dibattito sulla salute mentale è ostacolato da barriere culturali e sociali che rendono ancora più complesso affrontare un tema già di per sé delicato. Nel complesso, gli asiatici americani hanno il 50% in meno di probabilità rispetto ad altri gruppi etnici di ricorrere a servizi di salute mentale: in alcune culture asiatiche, infatti, i problemi di salute mentale sono visti come un problema o una debolezza individuale e parlare apertamente di tristezza, delusione o depressione è raramente incoraggiato.

Ne parlano due articoli pubblicati da UCLA Health e McLean Hospital, che hanno analizzato a fondo questo fenomeno, così come uno studio dettagliato condotto nell’ambito dell’intervento AWARE, che offre ulteriori spunti di riflessione. Sì, poi te li linko in fondo all’articolo.

Disclaimer: affrontare questo argomento serve a fare chiarezza e acquisire consapevolezza, non a puntare il dito su situazioni che possono sembrarci paradossali.

“Cosa penseranno di me?”: il peso delle aspettative sociali e familiari

Per molti asiatici-americani, il concetto di “perdere la faccia” (ossia compromettere la reputazione personale o familiare) è un ostacolo importante nel cercare aiuto per problemi di salute mentale. Secondo UCLA Health, esiste una forte pressione sociale verso il successo accademico, lavorativo e personale, che spesso si traduce nell’idea che mostrare vulnerabilità sia un segno di debolezza. Quindi, successo prima di tutto, ad ogni costo. Questa prospettiva non è solo individuale: coinvolge l’intera famiglia. Il timore di essere giudicati o stigmatizzati dalla propria comunità può portare le persone a ignorare o minimizzare i segnali di disagio mentale. Invece di cercare supporto professionale, ci si affida spesso a strategie di coping informali, come il silenzio, la negazione o il ricorso esclusivo al supporto familiare.

A complicare ulteriormente la situazione, il programma AWARE ha identificato una trappola a livello familiare, definita “Family Trap”. Questa si verifica quando il desiderio di essere un “buon/a figlio/a” entra in conflitto con la necessità di affermarsi come individuo. La pressione di soddisfare aspettative irrealistiche può portare a sentimenti di inadeguatezza e, nei casi più gravi, a comportamenti autodistruttivi.

Quando lo stigma culturale incontra la disinformazione

Un altro aspetto cruciale è la mancanza di conoscenza o accesso a risorse affidabili sulla salute mentale: molti asiatici-americani non hanno familiarità con il sistema di assistenza psicologica o con i termini stessi usati per descrivere i disturbi mentali. Questo, unito a una sfiducia verso i professionisti della salute mentale, crea un circolo vizioso che impedisce di affrontare il problema. Non mi informo, perché non posso ammettere di avere questo problema, quindi non conosco e di conseguenza non so come chiedere aiuto, anche perché penso non sia il caso di farlo.

Non è raro quindi che le persone attribuiscano sintomi di depressione o ansia a cause fisiche, sottovalutando l’impatto psicologico. Questo fenomeno, noto come “somatizzazione”, è comune in culture dove il benessere mentale non è percepito come prioritario rispetto a quello fisico.

Lo studio AWARE evidenzia anche la “Race Trap”, una trappola legata alla discriminazione e ai pregiudizi razziali. Giovani donne asiatico-americane riportano spesso di sentirsi invisibili o giudicate sulla base di stereotipi razziali. Questi fattori contribuiscono a creare un senso di isolamento e vergogna.

Iggy Frome, lo psichiatra dell’ospedale New Asterdam, è il primo a dirlo: se c’è uno stigma, qualsiasi intervento è complicato anche solo da proporre e va prima sensibilizzato il nucleo di riferimento attorno alla persona e qualsiasi intervento fatto di nascosto non avrebbe effetti positivi.

L’importanza dell’intersezionalità

Affrontare il tema della salute mentale richiede di tenere conto, ancora una volta, dell’intersezionalità, ossia l’intreccio tra identità culturali, di genere e di classe sociale che influisce sulle esperienze personali. Per le donne asiatico-americane, ad esempio, le pressioni derivanti dagli stereotipi di genere si sommano a quelle razziali, creando un ambiente ancora più ostile. Secondo lo studio AWARE, queste dinamiche si manifestano in diversi livelli, da quello individuale e familiare a quello comunitario e sistemico. A livello individuale, molte giovani donne lottano con aspettative irrealistiche legate al perfezionismo e al senso di colpa. Sul piano familiare, devono spesso navigare tra ruoli di genere tradizionali e il desiderio di affermare la propria indipendenza. Infine, sul piano comunitario e sistemico, affrontano microaggressioni, discriminazione e una mancanza di rappresentazione nei ruoli di leadership.

Riconoscere l’intersezionalità permette di comprendere meglio le barriere complesse che impediscono a molte persone di accedere al supporto mentale di cui hanno bisogno. Come diciamo sempre, ormai come fosse un mantra, è un approccio essenziale per sviluppare strategie di intervento efficaci e culturalmente sensibili.

Cambiare il paradigma: il ruolo della consapevolezza

Se il primo passo per superare una barriera è riconoscerla, allora è fondamentale parlare dello stigma culturale senza paura e, soprattutto, senza giudizio. Non è “da pazzi”, non è sbagliato: ma si può lavorare per indurre un cambiamento. Promuovere modelli positivi, sia all’interno delle comunità che attraverso i media, è una strategia efficace per normalizzare la conversazione sulla salute mentale. Probabilmente fa più una puntata di una serie televisiva di un programma sanitario statale, quando si tratta di awareness.

Un esempio è il lavoro svolto dal programma AWARE, che utilizza approcci specifici per affrontare le diverse trappole identificate. Tra questi, l’uso di tecniche di mindfulness e ristrutturazione cognitiva per contrastare il perfezionismo maladattivo e la creazione di spazi di supporto collettivo per ridurre l’isolamento. Inoltre, la scelta di terapisti asiatico-americani garantisce un approccio culturalmente sensibile che rafforza l’alleanza terapeutica.

Una riflessione universale

Anche se questo problema è particolarmente evidente nella comunità asiatica-americana, non è esclusivo di essa. Ogni cultura ha i suoi tabù e le sue resistenze rispetto alla salute mentale. La lezione più importante è che non si può dare per scontato che tutti si sentano liberi di parlare dei propri problemi, anche se da altre prospettive pare così semplice. Serve un impegno collettivo per abbattere lo stigma e creare spazi sicuri dove le persone possano esprimersi senza paura di essere giudicate. In fondo, riconoscere che parlare di salute mentale non è sempre facile è il primo passo per rendere la conversazione possibile.

Sarà sempre più utile anche perché andiamo verso una situazione in cui il cambiamento climatico non sarà solo una questione ambientale, ma anche un fenomeno che può e potrà avere ripercussioni profonde sulla salute mentale. Eventi climatici estremi, come incendi, inondazioni o ondate di calore, possono generare traumi e stress post-traumatico nelle comunità colpite. Inoltre, l’ansia climatica, una forma di angoscia legata al futuro incerto del pianeta, sta emergendo come un problema globale, in particolare tra i giovani.

Individui che già affrontano discriminazioni culturali o economiche possono trovarsi in condizioni di maggiore vulnerabilità agli effetti psicologici del cambiamento climatico. Per esempio, le comunità asiatico-americane, già impegnate a superare barriere culturali rispetto alla salute mentale, potrebbero avere meno risorse o supporto per affrontare queste nuove forme di stress. Integrare la consapevolezza climatica nelle strategie di salute mentale non è solo necessario, ma urgente. Programmi come quelli elencati sopra potrebbero essere un modello per affrontare questa crisi emergente, sviluppando interventi che combinano supporto psicologico, educazione ambientale e resilienza comunitaria.

Link utili per approfondire: