Possiamo davvero innovare senza conoscere le persone?
Da molti anni mi capita di fare lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado per l’orientamento e il potenziamento in ambito STEM. In questi mesi, poi, c’è una corsa forsennata a fare attività di questo tipo anche grazie alla pioggia di fondi che il PNRR ha stanziato per “pareggiare i conti” e dare a studenti e studentesse una maggiore conoscenza delle fondamenta scientifiche che ci porteranno nel futuro.

Ecco, ho delle cose da dire. Siediti, comodə, e ragiona con me.
Negli ultimi anni sentiamo parlare ovunque di STEM: Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica sono pilastri dell’innovazione. Ci viene detto che sono il futuro, che servono a costruire soluzioni intelligenti, che senza di loro non possiamo svilupparci come società. E fin qui, è tutto chiaro. Ma c’è una domanda che mi ronza in testa: possiamo davvero innovare senza conoscere le persone, le loro storie, le loro necessità?
Pensiamoci un attimo. Le invenzioni che hanno cambiato il mondo non sono mai nate solo da formule e algoritmi. Dietro ogni grande scoperta c’è sempre stato un bisogno umano, una società che cambiava, una cultura che evolveva. E allora, perché oggi sembra che l’aspetto umano e sociale sia un optional nell’innovazione?
Tecnologia brillante, ma per chi?
Mettiamola così: immaginiamo un team di ingegner* straordinar* che sta progettando un nuovo strumento medico avanzatissimo. La tecnologia è il top, i materiali sono di ultima generazione, i software di intelligenza artificiale ottimizzano ogni processo. Ma… hanno mai parlato con chi si occupa di medicina e che dovrà usare questo strumento ogni giorno? O con una persona che si troverà davanti questa innovazione in un momento di fragilità?
Se la risposta è no, ecco il problema: stiamo costruendo soluzioni “intelligenti” senza sapere davvero cosa serve a chi le userà.
Vi è mai capitato di usare un’app complicatissima per una cosa semplicissima? O di trovare un’interfaccia che sembra pensata per chi ha due lauree in informatica? Ecco, questo succede quando si progetta senza tenere conto delle persone. E quante soluzioni brillanti falliscono proprio per questo?
Alle classi con cui ho fatto lezione ultimamente ho fatto questo esempio.
Se dovessi costruire un nuovo quartiere per la tua città, di quali figure professionali avresti bisogno?
Ingegneri, muratori, architetti sono arrivati subito (uomini, di mezza età, pelati e con la barba).
Ma i bisogni e le dinamiche delle persone che abiteranno quel quartiere, chi le studia?
Bella domanda, bro.

STEM senza umanesimo: un’innovazione zoppa?
C’è un mito da sfatare: l’idea che scienza e umanesimo siano due mondi separati. Da un lato matematic* e ingegner* che creano il futuro, dall’altro storic*, filosof* e psicolog* che parlano del passato. Ma il mondo non funziona a compartimenti stagni.
Einstein leggeva filosofia. Steve Jobs parlava di tecnologia come arte. Leonardo da Vinci, l’icona della scienza, era anche un pittore e un filosofo.
Quando abbiamo deciso che la conoscenza dovesse essere divisa in silos?
Forse dovremmo chiederci: cosa perdiamo quando ci concentriamo solo sulle STEM, considerandole tra l’altro più prestigiose e di valore rispetto alle scienze umanistiche?
Perdiamo la capacità di capire le emozioni e le esperienze umane?
Perdiamo la visione d’insieme che ci fa capire perché certe innovazioni funzionano e altre no?
Perdiamo la possibilità di creare soluzioni davvero inclusive, che funzionano per tutti e non solo per un’élite di esperti?
L’educazione può essere il punto di svolta?
Se il problema è la separazione tra scienza e umanesimo, forse dovremmo partire da come educhiamo le nuove generazioni. Come si formano le persone alla guida dell’innovazione di domani?
Oggi le scuole e le università spingono molto sulle competenze tecniche, sulle hard skills. Serve, è chiaro. Ma vogliamo davvero crescere solo tecnici e non pensatori?
Le materie scientifiche sono fondamentali, ma senza un approccio trasversale rischiamo di avere ingegner* bravissimi a scrivere codici, ma incapaci di capire le implicazioni sociali della loro tecnologia. Oppure medic* eccellenti nella diagnosi, ma poco inclini ad ascoltare davvero pazienti e avere intuizioni guidate dalla relazione umana.
E se invece di dividere le materie in compartimenti stagni insegnassimo la scienza con una prospettiva più umana?
E se l’ingegner* imparasse anche a considerare la sociologia e psicologia per progettare meglio le tecnologie che le persone useranno?
E se chi è medic* considerasse gli aspetti filosofici e antropologici per comprendere meglio il concetto di cura e benessere?
E se la matematica fosse insegnata insieme alla storia, per capire come i numeri abbiano influenzato il mondo?
Il futuro dell’innovazione non è solo nel sapere come fare le cose, ma anche nel sapere perché farle e per chi.
Non abbiamo bisogno solo di tecnic*, ma di menti capaci di connettere discipline diverse, di vedere il quadro generale, di pensare in modo critico e creativo. È così che si creano soluzioni davvero utili e rivoluzionarie.

Le idee geniali nascono nei punti di incontro
Guardiamoci intorno. I progetti più innovativi spesso nascono proprio dall’incontro tra discipline diverse. L’intelligenza artificiale sta facendo passi da gigante, ma senza l’etica, la filosofia e la psicologia rischiamo di trovarci con sistemi che amplificano discriminazioni, che non capiscono il contesto sociale, che creano problemi invece di risolverli.
O la medicina personalizzata. La tecnologia ci permette di analizzare il DNA e prevedere malattie, ma se non conosciamo le condizioni sociali ed economiche delle persone, come possiamo garantire cure accessibili a tutti? A cosa serve un farmaco rivoluzionario se poi nessuno può permetterselo?
Quindi, come si innova davvero?
Se vogliamo creare soluzioni utili, dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo all’innovazione.
Ecco qualche domanda che potremmo farci più spesso:
A chi serve davvero questa tecnologia?
Chi la userà nella vita di tutti i giorni?
Ci siamo chiesti come si sente una persona che dovrà interagire con questa soluzione?
Abbiamo parlato con esperti di altri ambiti, o abbiamo dato per scontato di sapere tutto?
Forse, invece di chiederci se le STEM siano il futuro, dovremmo chiederci come vogliamo costruire questo futuro. Se con strumenti sofisticati ma ciechi alle esigenze reali, o con soluzioni che mettono davvero al centro l’essere umano.
E tu, che futuro vorresti?
