Perché ho iniziato un podcast da una sedia color ottanio e un cambio di vita
Febbraio è bello per un sacco di motivi, soprattutto perché è corto.
Ma quest’anno ho un motivo in più per amarlo. Sono riuscita a fare una cosa che volevo fare da tempo.
Ci sono momenti in cui ti ritrovi in un posto che non avevi pianificato, e invece di uscirne in fretta ti fermi. Non perché sia comodo o bello, o ancora meno presentabile, ma perché in quel momento preciso ti accorgi che è l’unico spazio in cui riesci davvero a pensare senza dover trasformare tutto in una conclusione, in un output, in una performance ben confezionata, e per me quel posto è stato una cantina. Non è una metafora elegante, parlo di una cantina vera, con le pareti da sistemare, cose accatastate, una luce che non perdona e un’aria un po’ fredda che ti ricorda che non sei lì per fare scena.
Quel caos controllato in cui non ho mai voluto veramente guardare dentro, ho dovuto rimettere ordine. Togliere, buttare, conservare, pulire, pulire e ancora pulire. Liberarmi, separarmi da cosa che pensavo fossero necessarie e invece non lo erano, fare luce, spaccare e ancora pulire.
Ora c’è ordine, calore, luce e profumo di nuovo. Poche cose, ma necessarie, chiarezza e senso di “casa”.
Ma c’è, soprattutto, una sedia color ottanio, che già di per sé è un piccolo manifesto, perché non è blu e non è verde, non prende posizione fino in fondo e proprio per questo ti costringe a guardarla due volte. E più la guardavo, più mi sembrava la sintesi perfetta di quello che mi interessa da sempre raccontare, cioè quel territorio intermedio che di solito viene trattato come un limbo e invece, se ci resti abbastanza, diventa un’officina, un laboratorio, un posto dove le idee non sono ancora pronte per la vetrina ma sono troppo importanti per essere lasciate a prendere polvere.

Negli ultimi anni ho parlato molto di salute, sostenibilità, innovazione e intersezionalità, e l’ho fatto da sedie diverse.
Ho lavorato dentro progetti europei, dentro reti, dentro contesti in cui si decide cosa è urgente e cosa può aspettare, cosa merita attenzione e cosa viene rimandato, e più entravo in quei meccanismi più mi rendevo conto che mi mancava uno spazio diverso, un posto dove poter tornare un passo indietro, non per disimpegnarmi ma per capire meglio, perché spesso il problema non è la mancanza di risposte ma la povertà delle domande. E quando le domande sono povere anche le risposte diventano fragili, e quando le risposte diventano fragili ci convinciamo che la realtà sia semplice solo perché ci fa comodo raccontarla così.
La mezza misura, per me, non è mai stata l’indecisione né il compromesso al ribasso, non è la via di mezzo che serve a non disturbare nessuno, è piuttosto la consapevolezza che tra il tutto e il niente, tra il bianco e il nero, tra lo zero e il cento, esiste uno spazio dove si può stare senza fingere di avere già capito tutto, e dove si può continuare a lavorare anche quando le cose sono incomplete, imperfette, un po’ scomode, perché intanto esistono e intanto fanno differenza.
E cosa fai, quando vuoi trovare chiarezza?
Il podcast nasce da qui, da questo bisogno di un luogo più lento e meno performativo, da questa voglia di restare un attimo prima della slide finale.
Si chiama La mezza misura – Sottoscala, ed è un videopodcast che parla di innovazione per la salute in ottica di sostenibilità ambientale e intersezionalità, ma se te lo dico così sembra un abstract e io non voglio scrivere abstract, voglio raccontarti cosa succede davvero quando scendi sotto e smetti di guardare la scienza dal palco o dal comunicato stampa, e inizi a guardarla mentre funziona, con le sue scelte, i suoi limiti, i suoi compromessi, le sue priorità, le sue zone d’ombra
Ogni puntata è breve e l’idea è sempre la stessa: prendere un tema alla volta, portarlo sul banco di lavoro, smontarlo con calma e rimetterlo giù senza fingere che sia risolto, perché qui non troverai la promessa di una soluzione ma l’invito a guardare meglio.
Parleremo di laboratori che non sono neutri, di protocolli che incorporano punti di vista, di finanziamenti che orientano le traiettorie della ricerca anche quando la ricerca si racconta come libera, di tecnologie che funzionano e allo stesso tempo lasciano tracce, di corpi che non rientrano negli standard, di scelte che sembrano tecniche e invece sono profondamente politiche, e soprattutto parleremo di quelle azioni piccole ma necessarie che partono dal basso e che raramente diventano headline ma spesso cambiano davvero la direzione delle cose.
E’ un podcast dentro la scienza, ma dal piano di sotto, perché dal sottoscala si vedono cose che dal piano di sopra non si vedono, si vedono le scelte prima dei risultati, i compromessi prima delle metriche, le priorità prima dei comunicati, e si vede anche il potere, non come parola grande ma come meccanismo quotidiano che decide quali domande diventano centrali e quali restano ai margini, e quando restano ai margini non è neutro, perché significa che qualcuno aspetterà più a lungo, e spesso quel qualcuno non è chi ha già tutto.
Disclaimer: qui non c’è un piano quinquennale dietro, non c’è una strategia impeccabile, ma c’è la scelta di non aspettare di avere tutto perfettamente definito per iniziare a parlarne, perché in certi momenti della vita aspettare la perfezione è solo un modo elegante per rimandare.
Ti invito a scendere, a immaginare di sederti su quella sedia color ottanio che non è né blu né verde, a restare qualche minuto in un posto che non è pensato per impressionare ma per pensare, a fare compagnia a queste domande mentre prendono forma
Il podcast lo trovi su Spotify, e da lì comincia, ma se ti va la conversazione continua qui, in questo spazio intermedio che è meno comodo degli estremi ma decisamente più interessante, e forse, proprio per questo, più onesto.
Buon ascolto: e se ti è piaciuto, metti il segui e cinque stelline!
